Piccole dosi giornaliere di sedativo e gli effetti collaterali a lungo termine

Sì, lo so.
Ultimamente mi diverto a scrivere titoli lunghi per i post, un po’ come se fossi una Lina Wertmüller versione blogger fallito. O giù di lì, insomma.

“Antidepressivi nascosti in volti noti, in scelte facili, prodotti medici e dipendenze, controllano il sistema nervoso e ti rendono la vita più tollerabile, tollerabile…”

Gira e rigira, si torna sempre sulle stesse cose.
E’ normale. E’ così, quando fai fatica a lasciarti le cose alle spalle, quando non sai come uscirtene da situazioni e meccanismi automatici che metti in atto senza nemmeno rendertene conto nella maggior parte dei casi.

Oggi però sono qui per dire a tutte le persone che mi hanno incrociato, che hanno sempre avuto ragione. Su tante cose. Non su tutto, per fortuna, ma su parecchi aspetti.

Sono una persona che pensa troppo.
Sono cervellotico. Calcolatore. Vaglio ipotesi e possibilità. Penso. Penso. Penso.

Eppure non ero così.

Lo sono diventato.
Per difesa.
Per lasciare gli altri fuori.
Per non sentire.
Per cercare di entrare in uno schema e piacere agli altri. Soprattutto ad Alessandra. Mi sono spento, cercando di piacerle e di tenere sempre aperto un piccolo spiraglio nei suoi confronti.

Ho cominciato a sedare la mia parte istintiva, le mie emozioni, le mie voglie.

Sono tanti i motivi per cui ho dovuto azzerare il più possibile le mie sensazioni.

Ma non è questo di cui voglio parlare.

Ne ho discusso già abbondantemente e ci ho riflettuto pure fin troppo e per troppo tempo. Il punto è un altro.

Oggi sono dovuto uscire dal rifugio.

Ho pianto tanto.
Lasciar andare Alessandra è difficile.
Non tanto per la cosa in sé, ma più che altro perché devo ammettere a me stesso che lei, così come tanti, aveva ragione.

La mia attitudine all’inettitudine è la causa di tutto.

Il mio sentirmi sempre inadatto, sconfitto in partenza, non all’altezza delle cose e delle persone è la causa di tutto.
Quindi, dover ammettere a me stesso e dover accettare di aver perso persone importanti perché non ho mai fatto niente davvero per tenerle accanto a me, è dura. Molto dura. Fa male. Perché significa che avrei potuto evitarlo. O forse no. Ma fa male. Fa male dover accettare di essere così terribilmente imperfetto. Fa male dover fare i conti con i nostri difetti, soprattutto se si è una persona terribilmente critica e spietata.

Non voglio addurre scuse o motivazioni a questo mio atteggiamento ipercritico e distruttivo nei miei confronti. Sono così. Non ho mai fatto realmente nulla per cambiarlo, anche perché non riesco, anche perché subito mi affosso, anche perché ho sempre cercato fuori la soluzione e mai del tutto dentro.

Devo anche ammettere a me stesso che la Sirenetta ha ragione.
Penso troppo. Sono finto. Perché mi proteggo dietro una coltre di pensieri e parole, tenendo tutti lontani e a distanza. Non mi lascio andare mai del tutto e comunque non mi lascio andare con tutti. Sono quasi sempre sulla difensiva, sempre con occhi aperti e mille e più pensieri pronti. Questo mi rende finto.
Semplicemente non sono rilassato e quindi risulto un po’ costruito.
Ma poi quando ci sono quegli sprazzi in cui mi lascio andare, gli altri sembra che vedano in me un tesoro inestimabile. Dovrei cercare di lasciarmi andare di più.

E qui veniamo al discorso sesso.
Ho riflettuto tra ieri sera e stamattina.
In realtà non è vero che del sesso non me ne importa nulla.
Anzi. Sessualmente sono sempre stato molto attivo.

Ma anche qui ho sempre fatto di tutto per tenere sedati i miei istinti sessuali. Per tenerli a bada, per tenermi più spento e meno voglioso di fare sesso. Non ho fatto altro che tenermi quanto più addormentato possibile. Perché nel sesso, così come nel resto delle cose, ho sempre vissuto con sensi di colpa e mortificazione i miei desideri, le mie voglie, ciò che mi piace e mi fa stare bene.

Forse anche il mio non avvertire tanto piacere fisico nelle zone di sotto è legato al mio essere troppo dentro la mia testa e poco nel mio corpo, nelle mie emozioni e sensazioni. Chissà.

Ho deciso di cominciare a cambiare un paio di cose e di abitudini.
Spero mi aiutino a riaccendermi e a farmi smettere di assumere sedativi.

L’ennesimo passettino.

 
So solo che mi manca dormire abbracciato alla Sirenetta.
Più che un sedativo con effetti collaterali, era un calmante naturale fatto di erbe e aromi.

“Ma io ti dichiaro dentro una TV
Che io da te non ho voluto amore
Volevo solo scomparire in un abbraccio
Volevo solo scomparire in un abbraccio
Confondermi con, con, con, con”

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Dovrei smettere di perdere tempo ed energie…

Devo imparare a scegliere.
Ancora devo imparare.
Sono migliorato un po’ sotto questo punto di vista, per carità.
Ci sono cose che sto facendo andare in modo diverso, ci sono cose che non mi sto più tenendo in silenzio e ci sono scelte che sto facendo senza fregarmene se qualcuno può restarci male.

Ma sono lontano dall’essere completamente guarito.
Sono lontano dall’essere una persona che sceglie in modo sereno, attivo e fermo. L’esperienza con la Sirenetta mi ha fatto capire questo.

Sono lontano dall’essere un uomo.
Lontano soprattutto per quel che riguarda i rapporti con le donne.
E’ come se agissi sempre per non deludere e al tempo stesso per sentirmi meno sbagliato, più accettato dal mondo.

Non va bene.

Non sono ancora lucido, non sono ancora stabile per quanto riguarda i sentimenti e nemmeno il sesso.
Anche perché, di base, non me ne fotte un cazzo di scopare, ma poi mi lascio sempre condizionare dalla voglia che hanno le persone di stare con me.
Come se non volessi dare loro il dispiacere di un rifiuto.
Di questa cosa me ne sono reso conto grazie a un’altra tipa che vuole scoparmi.

Ma non devo fare beneficenza.

Devo stare concentrato su me stesso.
Devo stare lontano dalle donne.
Mi portano solo scompensi, delusioni, nervosismo.
E queste cose mi destabilizzano e mi distraggono da me stesso.
Devo stare lontano dalle donne.

Ho tante cose che devo fare e le mie energie mi servono, servono a me. Non ho più tempo di sprecare energie. Ho una laurea da prendere. Un copione da scrivere. Tanti altri progetti da terminare.

Voglio stare solo. Ne va della mia salute e delle mie energie.
Devo imparare ad accettarmi così. A essere deciso. A non cercare qualcuno che mi dica che vado bene, che mi apprezzi, che mi voglia, a cui io piaccia.

Devo imparare a sopravvivere solo.

Terminare le mie cose.
Smettere di aiutare le persone, smettere di essere un Superman da quattro soldi, smettere di dipendere dagli altri e dalla sensazione di utilità.

Ho tante cose da fare.
Per piacere, state lontane da me.

Non venite a inquietarmi.
Non venite a disturbarmi.
Non venite a provocarmi.

L’unica che potrà è la futura signora Carotenuto.

Il resto del genere femminile può anche prendere fuoco.

Sogni di una lunghezza eccessiva

Stanotte ho fatto un sogno lunghissimo, che era un insieme di situazioni, posti e persone diverse, ma era comunque tutto un continuo.
Non ricordo bene, però, la cronologia degli eventi, così come non ricordo la cronologia di alcune cose accadute nella stessa “scena”.
Ma proviamoci a mettere ordine, vah.

Credo che il sogno cominci con me che vado di nuovo a scuola. Anche se c’è un mezzo ricordo di me che stavo a casa vecchia, prima di tutto, ma stamattina ricordavo giusto un paio di particolari, adesso nessuno.
Comunque.
Eravamo io e un mio amico ed era il nostro primo giorno a scuola, dovevamo andare in una classe già formata, come se entrassimo ad anno già iniziato, anche se avevo la sensazione che non fosse cominciato da chissà quanto.

Andiamo per i corridoi e ci troviamo davanti questa porta. Il mio amico è avanti a me e bussa. Entriamo. C’è quest’insegnante giovane e carina. I banchi hanno molti posti vuoti.
Io saluto: “Buonasera…” attimo di pausa “Seh… cioè, buongiorno!”.

Cominciamo bene!
Dopo aver salutato, camminiamo verso i posti.
Il mio amico avanti e io dietro.
Percorriamo lo spazio tra la fila centrale e quella più lontana dalla porta.
Il mio amico si siede tipo al secondo o terzo banco, accanto una persona e io gli faccio:

“Ua, ma ci sono due posti liberi dietro, perché non ci sediamo vicini?”

O forse lo penso solo.
Non ho risposta.
Un po’ ci resto male.
Posto nuovo. Gente nuova. L’unica persona che conoscevo che manco vuole stare accanto a me. Già mi sto cacando il cazzo.
Cerco un posto. Mi siedo. Poi mi alzo e vado a sedermi nella fila più vicina alla porta, più o meno centrale, in un posto dove ci sono tre banchi.
Un tizio è seduto al banco di sinistra e ha sulla sedia centrale il suo zaino e altre sue cose.
Mi siedo così nel banco di destra, pensando che è anche un bene che ci sia distanza tra me e ‘sto tipo. Solo che poi me lo ritrovo seduto accanto e mi caco il cazzo, perché è come se mi invadesse gli spazi.

Da qui non so come, né comm cazz, ma mi ritrovo con la prima sorella mia in una palestra. Siamo andati insieme. La palestra è strana. Dentro è enorme, ha tante sale, ma è buia, non ci sono tante finestre, non si vede quasi la luce esterna e dentro le luci non sono molto alte. Ci sono tanti attrezzi e tante persone. La cosa strana è che tutto è rifinito in nero e rosso, macchinari compresi. Ci dividiamo, che lei va a fare esercizi.

Io pure vorrei, ma mi rendo conto di non aver portato la tessera e noto che anche per usare i macchinari devi averla, perché sennò è come se il macchinario non si attivasse. Mentre giro, mi ritrovo in un’altra stanza adibita a enorme sala giochi. Mi fa un po’ strano che la palestra abbia anche una cosa del genere. Girando ancora, vedo anche una piccola sala che ha tanti giochi d’azzardo, dalle slot machines ai gratta e vinci. La guardo solo da fuori e vado oltre. Incontro mia sorella e dobbiamo uscire e, all’uscita, c’è una tipa che controlla le tessere della palestra. A quel punto per un attimo mi viene un po’ l’ansia, perché non ho la tessera e quindi non so come uscirmene. In tutti i sensi. Ma dura pochi secondi. Passiamo davanti la tipa e usciamo direttamente, senza calcolarla proprio, e infatti penso tra me e me: “ah, bene, passiamo proprio oltre e pace!”.

La porta dell’uscita è di quelle girevoli di vetro.

Usciamo. Mia mamma ci viene a prendere.
Ha una 126 rossa, se non sbaglio.
Io mi siedo avanti, mia sorella dietro.
Percorriamo la via che costeggia il fiume Sarno e ci facciamo lasciare fuori via Molinelle.
In teoria abito lì.
La strada è bagnata, perché ha piovuto, ed è mezza allagata.
Io e mia sorella cerchiamo di camminare dove non c’è acqua, ai bordi della strada, ai lati opposti.
Un paio di volte ci blocchiamo per qualche secondo, perché non sappiamo come passare. Poi a un certo punto la strada ha una sorta di sottopassaggio, passa sotto un ponte, avvallandosi però. Lì l’acqua è tanta e dico: “ah, e mò dove passiamo?”.

Poi però trovo un modo e andiamo oltre.

Mi ritrovo in questa casa, da solo.
Una casa grande più o meno quanto quella dove ora abito.
Ma so che non abito solo, bensì col mio amico Luigi, a cui ho fatto da testimone di nozze. Abbiamo una stanzetta con due letti singoli.
Io vado a dormire, lui ancora non c’è.
Vorrei preparargli qualcosa da mangiare, fargli trovare già la cena, ma poi non so perché vado a letto. Mi sveglio. Mi alzo. Vado nell’altra stanza e vedo le cose messe un po’ più in ordine. Luigi non c’è. Mi rammarico perché si è messo a fare cose in casa e mi sento come se non avessi fatto nulla, come se si occupa solo lui delle cose e mi dispiace.

Poi torno di là.
Mi ritrovo steso su un letto matrimoniale.
Luigi accanto a me, steso.
Nella stanza c’è anche la moglie, Carla, in piedi accanto al letto, dal lato di Luigi.
Stiamo parlando. Esce in mezzo la mamma di Luigi e ci ricordiamo che anni fa faceva la cantante lirica, che si allenava ancora ogni tanto nel canto.
Poi, mentre parliamo, arriva loro figlio di un paio di anni.
Me ne accorgo. Mi alzo e vado verso i piedi del letto.
Il bambino si sta infilando sotto il letto, ci sono il pannolino e le gambine che spuntano fuori. Io ne afferro una e dico qualcosa tipo: “Mi sembra di vedere qualcosa! Cosa abbiamo qui!”

Lo tiro piano piano fuori e poi lo faccio salire sul letto.
Mi stendo di nuovo. Mi si mette sulla pancia.
Poi va verso il padre, lo abbraccia e non so cosa si dicono.
Carla si stende accanto a loro e quasi piange, per la gioia, per la tenerezza del momento e io, in quell’istante, avrei tanto voluto fare una foto a tutti e tre, per quanto erano belli, solari e teneri.

Poi il bambino dice al padre che ha un po’ paura di me.
Non so perché, sinceramente.
Ma dopo viene di nuovo in braccio a me e sembra tranquillo.
Gli chiedo se aveva la fidanzatina e lui mi risponde che è la mamma.
A quel punto attacco con la mia solita frase:

“Adesso dici così, ma poi quando cresci vedrai! Anzi, stammi a sentire, toglitela davanti quanto prima a tua mamma!”.

Non finisco di dire la frase perché il bambino si distrae.
Poi mi rendo conto che forse è intento a fare la cacca!

La mamma lo prende e lo porta di là.
Io penso che forse, quasi quasi, un bambino in effetti vorrei farlo anche io. Perché penso che quello è tanto bellino e che ci sono cose tenere e che forse dovrei farlo.

Poi c’è un’altra scena sempre del sogno.
Sinceramente penso che venga prima di quest’ultima, ma non so collocarla.
E’ sera, sono con i miei e le mie sorelle.
Siamo seduti a un tavolo anche con altra gente che non conosciamo.
Stiamo cenando. C’è una cosa particolare fatta col cioccolato, nel senso che era una cosa strana. Tipo che prendevi del cioccolato fuso, lo mettevi in una specie di forma che lo raffreddava quasi subito e poi lo mangiavi. Era una cosa stramba e mi dico che devo provarlo. Ma nel mentre sto mangiando altro, quindi rimando e se non sbaglio finisce il cioccolato. In ogni caso non l’ho mangiato. Comunque, questa coppia seduta a tavolo con noi comincia a parlare con mia mamma. Lui è di un paese campano, dice pure il nome, ma non lo ricordo. Lei è emiliana. Sono venuti apposta qui perché è una sorta di sagra, una sorta di festa a cui vengono ogni anno perché gli piace come si mangia. Mia mamma chiede poi loro se dalle loro parti c’è qualche cosa di particolare e ‘sto tipo gli spiega un po’ di fatti sulle sagre e le feste che organizzano lì.

Chest’è.

Ci sono poi solo due frammenti persi che ricordo, non collocabili da nessuna parte e non credo collegati a quest’enorme sogno.

In uno io sto tornando a piedi, con qualcuno, verso casa dove sono adesso.
E’ sera. In piazza a Scafati incontriamo tre persone e mi fermo a salutare uno di loro. Uno degli altri due è un altro amico mio, che faceva teatro con me. Sta un po’ più distante. Io faccio finta di non vederlo e non lo saluto, nonostante fosse il suo compleanno o forse era stato qualche giorno prima.

L’altro è solo una sensazione.
Ricordo qualcosa legato a un paesaggio collinare.
Non so se ero proprio in collina o se guardavo dalla valle questo paese sulla collina.

Niente più.

Nient’altro che un povero cane bastonato

Sono state tante le volte in cui ho invidiato alcuni ragazzi che conosco.
Uno di questi è l’attuale ragazzo della mia ex, il mio ex “amico”.

Invidio quelli come lui.

Invidio il loro essere cinici.
Invidio il loro essere così pieni di sé.
Invidio la loro convinzione.
Invidio il lor sapersi vendere.
Invidio il loro menefreghismo.
Invidio il loro arrivismo.

Li invidio.

Tante volte nella mia vita avrei voluto le loro qualità.
Tante volte nella mia vita mi sarei voluto comportare come loro.
Tante volte.

Ma non riesco.
Non riesco a essere altro che un povero cane bastonato.

Non riesco a essere cattivo.
Non riesco a difendermi.
Non ci riesco.

Poi scoppio e sembra che io stia sclerando, che sia pazzo, che abbia dei seri problemi relazionali e che faccia e dica cose senza senso.

Sono stanco.
Vorrei solo essere come loro.
Vorrei essere un vincente.
Vorrei vincere, senza fregarmene del come, dei modi, delle scorrettezze.
Vorrei vedere la meta e raggiungerla, costi quel che costi, senza cedere nemmeno un millimetro della mia anima.

Ma non ci riesco.

Come si impara?
Come si fa?
Com’è che si cresce?

Di un uomo che non ha capito nulla delle donne e che mai capirà

Ho sempre condiviso quel poco che avevo, rinunciando volentieri alle piccole cose, solo per veder spuntare un sorrisetto tenero, solo per sentire un po’ di tepore.
Ho sempre ceduto la fetta di pizza più buona, il dolce che ordinavo o metà di un mio piatto nonostante la fame.

E dove mi ha portato…?

Io non capisco.
Non capisco davvero.
Cosa cerca una donna in un uomo?
Ma soprattutto, tutte quelle che vengono a infastidirmi e che vengono a inquietarmi, svegliandomi dal torpore e dalla mia concentrazione, da me, cosa cazzo vogliono?

Vengono, mi scombinano un po’ e poi fanno finta di niente.

Cos’è?
Sono una specie di gioco?
L’uomo che sembra inarrivabile e che quindi si divertono a far cadere, per quanto possibile?

Questo vogliono da me?
Solo sapere che possono farmi cedere e poi lasciarmi lì, così?

Mah.

Fanculo alle donne.
Fate pace col cervello.
Fate pace con voi stesse.
Fate il cazzo che vi pare.

Ma gentilmente lasciatemi fuori dalle vostre cose e dai vostri giochi.
Cercate alimento per il vostro ego altrove.

Grazie.

Un racconto fatto di nero e di fogli

Fase 1

Cosa ci faccio qui?
Vorrei essere altrove. Non importa dove.
Altrove. Si sta così bene ad Altrove.
Ma no. Sono qui.
Tocco il colore.
Lo guardo.
Dovrei mettere le mani sul foglio. Mi scoccio. Non voglio. Ma poi lo faccio. Senso del dovere, di ciò che è giusto. Il giusto che vince sempre, anche su quello che voglio, anche su quello che sarebbe bene per me.
Senso di giustizia, senso del dovere, ma io dove sono?
Qui. Ma vorrei essere Altrove.

Fase 2

Rabbia.
Va sempre così. Rabbia e delusione.
Faccio cose solo perché devo e quindi cosa mi aspetto?
E’ normale che sia così.
Divento scuro, denso, pesante.
Sono come il catrame.
Ce l’ho con me, col mondo.
Non mi sforzo per fare andare bene le cose.
Lascio tutto filare come va, io sono intento a coprire tutto di nero.
Ma il colore non copre.
Si vede ancora del bianco, c’è ancora spiraglio tra me e il mondo, ma non lo voglio. Per quanto mi sforzi, non riesco a coprire. Per quanta rabbia ho, non riesco a cambiare le cose, la mia vita. Va sempre così.
Energie sprecate.
Tempo sprecato.
Vita sprecata.

Fase 3

Resa. Senso di impotenza.
Tutte le volte che mi hanno detto:
“devi essere superiore”
“cerca di capire”
“mettiti nei suoi panni”
“sei più intelligente e più forte, lascia perdere”

Tutte quelle parole sono un macigno, mi fanno sentire inadatto, fanno sentire la mia rabbia e le mie proteste immotivate e sbagliate.
Sono sbagliato.
Colpa.
Vorrei essere altro.
Vado nell’unico posto in cui riesco a non sentire, a non vedere, a distrarmi. Mi chiudo nella mia testa. Parto. Penso ad altro.
Storie, posti, persone.
Invento mondi.
Vado Altrove.
Mi isolo.
Sono nato solo. Sono cresciuto solo. Voglio morire solo.
Voglio morire Altrove.
Ma non riesco.
Senso del dovere. Senso di giustizia. Due catene.
Voglio morire Altrove.

Mare e vento

Alba.
Mare, dentro.
Vento. Tempesta.
Scogli che si sgretolano
sotto la forza delle onde.
Sono impossibile da contenere.
Mi infrango
su ogni cosa,
su ogni persona,
con la stessa violenza,
la stessa brama
di conoscere e
distruggere
mura e schemi.

Mezza mattinata.
Un’isola.
Una spiaggia,
solitaria e silente,
dove nessuno si bagna.
Impervio il percorso,
ostile il mare,
forte il vento.
Silenzio.
Il ritmo delle onde
lo infrange
con forza,
con sforzo,
come la voce
che cerca di uscire
e di farsi ascoltare.
Nessuno.

Mezzogiorno.
Orme sulla sabbia.
Canali e muri
cercano di domare
la tempesta.
Una nenia
copre il mare,
vuole cullarlo.
Il vento si lascia
imbrigliare.
L’acqua entra
nel labirinto.
Ma la tempesta
è lontana
dal morire.

L’una.
Mare mosso,
ricordo
di una tempesta.
Il vento
accarezza il volto,
senza tagliarlo più.
Orme sulla sabbia
soddisfatte
guardano l’opera.
Canali. Dighe.
Contenimento.

Primo pomeriggio.
Il mare è una tavola.
Il vento è spento.
Ordine.
Così pare.
La gente si bagna.
Lava via,
macchie e colpe.
L’acqua ristagna.
Sporca. Puzza.
Diventa pesante,
come piombo.
Allontana.
Anche chi,
mosso
a compassione,
cerca di depurarla.

Pomeriggio.
Desolazione.
Abbandono.
Canali. Dighe.
Acqua stagnante.
Nessuno.
Come quando
la padrona
era la tempesta.
Nessuno.
Silenzio. Totale.
Tutto è morto.
La chimera
ha vinto,
ma a che prezzo?

Tardo pomeriggio.
Il cemento è mortale.
Crolla.
Canali e dighe
muoiono.
Le catene
si spezzano.
Il vento soffia.
L’acqua torna al mare.
La vita scorre.
Si rinnova.
Si alleggerisce.

Sera.
Il vento si alza.
Le onde lo seguono.
C’è paura nell’aria.
Paura di chi,
dopo un dolore,
torna a camminare.
La spiaggia è vuota,
ma mai è stata
così piena di vita.

Notte.
Mare mosso.
Vento forte.
Si respira.
Orme sulla sabbia.
Strano.
Nessuna nenia.
Nessun canale.
Una persona siede.
Osserva.
Si perde,
con gli occhi
nel mare
in tempesta.
Silenzio.
Si respira.